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UNA DONNA CHE COMBATTE PER LA LIBERTÀ E LA SALUTE

Incontro pieno di emozione, quello all' Associazione culturale Tenstar Community a Porta Palio, con l' attrice, regista, artista Mania Akbari, nata a Tehran, in Iran quarant'anni fa, applaudita protagonista di "Ten" di Abbas Kiarostami in concorso a Cannes 2002, regista premiata con il Digital Cinema Award alla Mostra di Venezia nel 2005 per il suo "20 Finger", colpita dal cancro al seno nel 2007 racconta del suo corpo malato, degli specchi che le restituiscono il volto della morte, in "Ten+4". Basterebbe questo per dire di lei, ma invece non basta, ha lasciato Tehran, la sua patria, per andare esule a Londra, per ricominciare la sua vita, per poter essere artista. Dopo la presentazione di "Ten" davanti a un folto pubblico, ci concede questa intervista. La prima domanda è per la sua scelta di esilio, Monia Akbari risponde: " Non è stata una fuga, ma un bisogno geografico, io viaggio con la mia geografia dove invece di montagne e mari c'è il mio passato". E a Londra cosa ha trovato, è stato difficile per lei iraniana entrare in quel mondo? " Sono arrivata in un momento in cui il cinema anglo americano e anche le grandi produzione indiane vivono un momento di grande povertà, una povertà che non è solo dovuta alla crisi economica, che incide solo in parte, ma a una crisi più profonda quella della cultura e dell'identità, questo ha fatto si che la mia presenza e quella di tanti come me sia diventata necessaria per far ripartire non solo il mondo del cinema, ma tutto il mondo dell'arte". Di fronte alla sua forza non esitiamo a chiederle perché non é restata a lottare in Iran, magari come ha fatto Jafar Panahi pagando con la prigione e l'interdizione all'arte le sue prese di posizione. Non ci pensa un attimo per rispondere: " Esistono artisti, e Panahi che é mio amico, é uno di questi, che restano e non perdono la loro creatività, altri che la ritrovano nell'esilio. Io non riesco a esprimermi con la paura di essere censurata, e senza creatività un artista non esiste, è per questo che non potevo più restare a Tehran. Ma ho la coscienza che si può resistere con forza e rompere il sistema sia restando che andando via, cambia la prospettiva, ma non la lotta". Che differenza c'è tra Panahi e Abbas Kiarostami, due grandi registi iraniani premiati e amati in tutto il mondo? " Sono molto diversi, per fortuna. Hanno uno sguardo diverso pur guardando dalla stessa finestra, impossibile metterli a confronto perché lo sguardo del loro cinema è quello della loro propria vita. Loro proiettano in un prisma che proietta colori e riflessi diversi". L'immagine che ha trovato è molto bella, come il suo riserbo nel dire di due persone importanti nella cultura e nella sua vita. Le chiediamo allora di parlaci del suo lavoro, lei già regista, con Kiarostami come attrice e personaggio principale del film "Ten" in cui erano coinvolti anche suo figlio, Amin Maher, che oggi studia cinema a Kuala Lampur, e sua sorella Royal Akbari : " Ho un fiuto canino e ho subito annusato che la collaborazione con Kiarostami sarebbe stata fondamentale per la mia formazione. Ho messo da parte il mio ego e non mi sono pentita, l'orgoglio è bello ma l'ego no! Non è stato facile girare le scene con mio figlio, soprattutto perché faticava capire il mio impegno per un regista che ammirato e onorato nel mondo e che non è conosciuto nel suo paese. Bisogna pensare che un film come "Ten" non può essere proiettato in Iran, avevano chiesto a Kiarostami di tagliarne il 60%. Così a un certo punto mio figlio ha chiesto a Abbas di portargli l'autografo di un altro regista, campione di incassi in Iran con lamentabili film di sciocca comicità. Abbas volle accontentarlo, andarono insieme sul set dell'altro e mio figli restò sorpreso e impressionato vedendo che tutte le persone sul set, compreso l'altro regista, interrompevano il lavoro per stringere la mano a Kiarostami e per chiedergli un autografo. Mio figlio portò alla fine il film senza più protestare. Un'altra cosa vorrei dire su Kiarostami, una volta mi raccontò, penso sia una favola, di un grande artista, penso Michelangelo, che anziano e famoso cavalcava da una città a un piccolo borgo per vedere il lavoro di un giovane collega. Ecco, penso che volesse dirmi che non si deve mai smettere di cercare, di non accontentarsi mai di quello che si è". Lei gira un film e lo intitola "Ten+4", un maggio a Kiarostami? "In parte si, ma il più quattro si riferisce a un fatto: nel film di Kiarostami io incontravo una donna malata di cancro. Quattro anni dopo ero malata di cancro". É un film che non si dimentica, perché non manca di un certo romanticismo, perché? Mania Akbari sorride prima di rispondere: "Tutte le malattie che hanno a che fare con la morte infondo sono romantiche, e in fondo il cancro mi ha portato viaggiare, ero a Milano per le chemioterapie, e ho cominciato a grare per l'Italia, sei anni fa ero anche a Verona. La bellezza delle vostre città mi ha dato pace e voglia di vivere, mi ha aiutato guarire". Lei ha girato un film " In My Country Men have Breasts" in cui mostra le sue ferite e le paragona a quelle del suo paese, perché? " Volevo ricordare la tragedia della guerra tra il mio Iran e l'Iraq, una guerra le cui ferite non sono rimarginate, come quelle del mio corpo". E ora cosa sta preparando? " Stiamo finendo un film, "Life May Be" insieme a Mark Cousins, il bravo regista, presentatore e critico cinematografico irlandese (Ha vinto anche un Prix Italia nel 2010, ndr). Si ratta di un racconto epistolario, tra un critico occidentale e un'artista orientale. Noi due protagonisti e registi. Il film è già stato comprato da una grossa distribuzione e comincerà il suo giro tra i festival". L'intervista è finita, anche il film e allora corriamo in sala a sentire il pubblico che applaude una donna che lotta per l'arte e la vita: Mania Akbari.

Ugo Brusaporco



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